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Maternità surrogata ne sappiamo abbastanza? Intervista ad Emanuela Lazzaroni Embriologa a New York.

Caffè’ lungo

Emanuela Lazzaroni, Ema per gli amici ama sottolineare, lucchese DOC trasferita a New York per quello che lei chiama “un colpo di testa.” Il richiamo di una città che fin da piccola ha amato è stato il motore per decidere di finire gli studi nella Grande Mela. Da Biologia a Pisa, tra le prime del suo Corso, si laurea presso Unter Collage della City University of New York per poi perfezionarsi in Embriologia e Andrologia Clinica. Dopo quella che definisce una “notevole gavetta”, adesso è una Senior Embryologist ed IVF Laboratoy Supervisor presso la “Global Fertility and Genetics ” prestigiosa clinica di Manhattan. Emanuela, madre di due splendide bambine, definisce il proprio lavoro come una missione. Con lei avremo occasione di approfondire il tema della procreazione assistita ma anche dell’utero in affitto, argomento molto poco trattato in Italia e ancora poco dibattuto politicamente. Avere il coraggio di parlare di temi così divisivi è indispensabile per essere cittadini consapevoli e per stimolare anche i nostri politici ad affrontare questi argomenti seriamente, al di sopra di contrapposizione politiche al solo fine propagandistico . Conoscere Emanuela è stato interessantissimo, confrontarmi con lei mi ha permesso di aumentare la mia consapevolezza e mi ha stimolato domande come spero possa succedere anche a voi. Chi sono queste donne chiamate madri surrogate? Perché fanno questa scelta? Quanto questa avanguardia medica è mossa dalla possibilità di fare Business? L’utero in affitto, o meglio definita maternità surrogata, è solo un’ esigenza di coppie omosessuali?

Attualmente in Italia, a differenza degli Stati Uniti, il comma 6 dell’art. 12 della legge 40 vieta questa pratica sostenendo che “Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”.

Ovviamente questo è un tema che non si può ridurre a un articolo in un blog o tantomeno a un’intervista, ma mi piace pensare che possa essere l’inizio per un dibattito consapevole che troverà democraticamente risposte diverse in ognuno di noi. Ma prima delle risposte troviamo le domande, quindi prendetevi qualche decina di minuti per conoscere Emanuela e il suo lavoro. Sperando che questa intervista possa stimolarvi, aspetto i vostri commenti e sopratutto le vostre domande!

serena ricciardulli

Psicoterapeuta e scrittrice. Vive nella sua amatissima Castiglioncello. Nel 2017 esce il suo romanzo di esordio “Fuori Piove” (Bonfirraro Editore). Di lei hanno scritto La Repubblica, Il Tirreno, La Nazione, Nuova Antologia, definendo il suo romanzo un successo editoriale. Adesso inizia la sua esperienza come blogger di Ogni Sere un caffè. Iscriviti attraverso la pagina Facebook Ogni sere un caffè blog di Serena Ricciardulli https://www.facebook.com/ognisereuncaffe/?modal=admin_todo_tour

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Anna imprenditrice italiana a New York. Da Teggiano a Williamsburg al ristorante “la Nonna”.

caffè americano

La prima delle tante donne che voglio presentarvi è un’imprenditrice e per farlo dobbiamo volare in un altro Continente. Durante il mio viaggio a New York per la presentazione del mio romanzo, ho avuto l’occasione di conoscere molti italoamericani, molti di loro imprenditori uomini e donne. Anna Morena mi ha colpita molto e per questo vorrei farvela conoscere. La storia di Anna inizia a Teggiano in Lucania https://it.wikipedia.org/wiki/Teggiano un paese arroccato nel sud Italia che consiglio di visitare come uno dei tanti gioielli che la nostra terra ha e che, troppo poco, conosciamo.

La famiglia di Anna si trasferì a New York già dagli anni sessanta e nei prossimi articoli vi racconterò un pezzo di storia di questa emigrazione che ha caratterizzato Italia. Ma torniamo a questa donna imprenditrice. Negli ultimi mesi sono nate molte polemiche su che tipo di domande fare alle donne che lavorano. Sembra esserci un rifiuto di tutte quelle domande che riguardano la conciliazione vita lavorativa e vita familiare. Onestamente, pur essendo una donna molto attenta ai diritti e alla parità uomo donna, ritengo questa polemica inutile ma anche controproducente, in quanto sottolinea una contrapposizione della donna all’uomo e viceversa, che non credo sia utile. Mi piace pensare più alla sfida di una contaminazione delle diversità più che a costruire muri difensivi. Forse sarò controcorrente e la mia sarà una visione non condivisa, ma inizio a essere satura delle lotte di contrapposizione e voglio scommettere invece nella cooperazione e la contaminazione delle differenze. In questa intervista quindi Anna ci racconterà anche e non solo, come una madre di due figli possa dirigere un Ristorate come il suo, in una delle zone più di moda della Grande Mela e come lo spirito italiano nell’incontro multiculturale sia uno dei punti forza dello scegliere di aprire un’attività proprio a Williamsburg https://it.wikipedia.org/wiki/Williamsburg_(Brooklyn) . Questo quartiere al di là del Hudson è stata una scommessa per Anna e suo marito, lo chef del loro Ristorante “La Nonna”, una piccola Italia a New York.

Ho scelto di intervistare Anna e di intervistarla in quanto donna, per farmi raccontare da una donna questa parte di New York e di chi l’ha scelta per aprire un’attività. Mi piace pensare infatti che la scommessa vera non sia selezionare delle domande identiche tra uomini e donne ma riuscire ad avere le stesse opportunità.

Adesso vi lascio ad Anna, sono sicura anche vi incanterà come ha fatto con me, nel suo essere autenticamente donna imprenditrice italoamericana.

Serena Ricciardulli

Serena Ricciardulli

Psicoterapeuta e scrittrice. Vive nella sua amatissima Castiglioncello. Nel 2017 esce il suo romanzo di esordio “Fuori Piove” (Bonfirraro Editore). Di lei hanno scritto La Repubblica, Il Tirreno, La Nazione, Nuova Antologia, definendo il suo romanzo un successo editoriale. Adesso inizia la sua esperienza come blogger di Ogni Sere un caffè. Iscriviti attraverso la pagina Facebook Ogni sere un caffè blog di Serena Ricciardulli https://www.facebook.com/ognisereuncaffe/?modal=admin_todo_tour

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Violenza sulle donne :i giovanissimi possono essere la risposta .

Caffè espresso.

Parlare di violenza sulle donne è difficile. Ieri le iniziative sono state molte, ogni anno di più e questo è decisamente un bene. E’ un bene sentire non solo il dovere ma anche l’obbligo morale di occuparsi di questo tema che il nostro Presidente della Repubblica, proprio ieri, ha definito ” emergenza pubblica”. Una donna su tre ha subito qualche tipo di violenza. Questo dato rimbalza in articoli, interviste, inchieste, un dato shock che con un linguaggio chiaro ci inchioda a riflettere https://www.wipradio.it/2018/02/25/femminicidio/ . La verità è che parlare di violenza sulle donne è difficile perché, nonostante il quotidiano ci racconti fatti di cronaca a riguardo costantemente, la percezione che, infondo, non ci tocchi personalmente è ancora molto forte. Del resto, tutto questo è anche facilmente spiegabile con la nostra modalità di funzionamento di pensiero. Perché avvenga un vero apprendimento deve avvenire un cambiamento nel nostro ragionare. Ma noi siamo programmati per durare meno fatica possibile e il cambiamento richiede uno sforzo che, in gergo tecnico, si chiama dissonanza cognitiva. In pratica deve avvenire una perturbazione, con una forza, anche emotiva, che possa farci cambiare idea. Ma non dovrebbe essere scontato pensare che la violenza sulle donne sia sbagliata? Su che cosa dovremmo allora cambiare idea? Beh, questa è la vera sfida, il vero obiettivo. Spesso, infatti , le iniziative su questo tema sono mirate a sottolineare solamente la gravità della violenza e vedono partecipare sempre le solite persone che non hanno bisogno di sforzarsi a cambiare idea. Se proprio devo essere sincera, certe volte queste iniziative hanno anche l’effetto opposto, allontanando o non facendosi avvicinare da chi invece dovrebbe. Forse paghiamo ancora il prezzo per un movimento, quello femminista, importante e fondamentale ma che oggi non può più esistere nelle stesse modalità. Scarpe rosse, abiti rossi, scialli rossi non bastano, per cambiare qualcosa è necessario che avvenga, o meglio si completi, un vero e proprio cambiamento socioculturale intorno al ruolo della donna nella nostra società, perché la “giornata mondiale contro la violenza sulle donne” rappresenti qualcosa di diverso da una giornata della memoria delle vittime. Come fare ? Ieri ne ho avuto un assaggio.

La sfida sono i giovanissimi

Ieri mattina, grazie a un’ iniziativa del Terziario Donna, ho avuto l’occasione e anche la responsabilità di incontrare gli alunni delle terze quarte e quinte della scuola superiore Vespucci a Livorno, la mia città, sul tema della violenza sulle donne .https://www.quilivorno.it/news/cronaca/terziario-donna-confcommercio-al-vespucci-per-dire-no-alla-violenza-di-genere/

 Non nascondo l’emozione di trovarmi davanti una platea formata da  così tanti giovani. Ma che linguaggio usare? Come arrivare a questi ragazzi? Come  poterli coinvolgere? Come far loro sentire il tema della violenza delle donne come una loro responsabilità? Mi sono rivista seduta in assemblee durante il mio liceo e ho ricordato la sensazione di quel divario con gli adulti tipico dell’adolescenza e ,forse, anche della società stessa. Quando ho chiesto a questi ragazzi quali fossero i loro mezzi di informazione e comunicazione la difficoltà è stata palese. Non leggono i giornali, come noi del resto alla loro età ,  non hanno neanche Twitter, che ormai è un cult  per noi adulti, qualcuno di loro, solo circa la metà, usa Facebook e assolutamente tutti utilizzano  Instagram. Come poter arrivare quindi a questi ragazzi che usano un social  dove la parola non c è’ ?

Ho rischiato. Ho messo loro in mano un monologo brave, scritto in un’altra occasione sempre nell’ambito della violenza sulle donne e l’ho fatto leggere a dei ragazzi, dei giovani uomini che si sono presi la responsabilità in prima persona di raccontare le donne. Non vi nascondo l‘emozione mia, della platea, di questi ragazzi e di noi adulti . Per qualche minuto il divario generazionale era sparito e tutti insieme stavamo provando le stesse emozioni. Attraverso la parola e la narrazione stava avvenendo un cambiamento. Quella parola, quella narrazione, con la voce di quei giovani uomini che disegneranno il nostro futuro, avevano messo in atto un processo emotivo e cognitivo. Questa è stata la vera dissonanza cognitiva: noi adulti e loro giovanissimi con un linguaggio di contaminazione tra le mie parole e il loro modo di parlare, di comunicare.

Mi piace pensare

E se non fossero allora i giovani, come spesso semplificando sentenziamo, ad essere inconsapevoli superficiali e ignoranti? E se forse sbagliassimo noi adulti a scegliere il linguaggio da usare? Queste ragazze e questi ragazzi hanno bisogno di un linguaggio nel quale sentano di poter stare, e di poter avere uno spazio per esprimersi e noi adulti abbiamo il dovere di spendere tempo con loro per ascoltarli. Parlare di violenza sulla donna senza avere la consapevolezza e il rispetto di capire che loro sono il nostro futuro non serve a niente e trasforma il 25 Novembre in una delle tante ricorrenze, inchiodandoci in un clima di impotenza verso il cambiamento . Questi giovani uomini e donne saranno gli uomini e le donne che potranno avere l’ occasione di cambiare questa società. Solo con loro potremo veramente combattere contro la violenza sulle donne, con l’idea che non può bastare parlarne ma ci vuole il coraggio di trasformare una società, ancora culturalmente non pronta, ad una vera e propria parità di genere. “ Ci vuole coraggio per essere felici” scriveva la Blixen, e il coraggio dobbiamo averlo nel cambiare un sistema che, ancora oggi, vede la donna in una situazione di disparità. Ci vuole coraggio a spiegare che l’uomo e la donna non sono uguali ma che la scommessa e’ quella di un’ accettazione di diversità che possono diventare risorse. Per questo credo che per parlare di donne non siano sufficienti le donne, per parlare donne abbiamo bisogno degli uomini . Mi piace pensare che le parole possano essere ancora il motore di tutto e che il linguaggio possa essere quel ponte che unisce il divario. Mi piace pensare che quei ragazzi che ho conosciuto ieri mattina possano essere la nostra occasione. Mi piace pensare che probabilmente abbiamo molto da imparare da loro.Mi piace pensare che quei ragazzi e quelle ragazze possano costruire un mondo migliore di quello che stiamo lasciando loro.

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un mondo da narrare

caffè macchiato caldo

Quotidianamente siamo pervasi da notizie, siamo abituati a scorrere il mondo con un semplice gesto del nostro indice, o pollice, a seconda degli stili, soffermandoci spesso, solo qualche secondo, su quanto ci stanno comunicando. E per pochi secondi intendo veramente pochi secondi. Facebook considera visualizzazione il soffermarsi più di tre secondi su un video senza neanche fare lo sforzo di un click, lo avete notato? Beh, per chi, come me ha scelto di fare della narrazione lo strumento centrale della propria professione, sono tempi duri. La psicoterapia e la scrittura, infatti, hanno un grande elemento che le accomuna, ed è proprio la forza della narrazione. Narrare per costruire noi stessi e narrare per indossare un paio di lenti che ci faranno costruire il mondo. Certo, in un mondo così veloce, tutto questo rischia di essere stantio e forse lo è. Tutta questa velocità ha prodotto grandi innovazioni, possibilità di connessioni, contatti e una infinita quantità di informazioni a disposizione, probabilmente molte di più di quante potemmo mai memorizzare e tantomeno comprendere. Ma, tutta questa velocità ci ha anche forzatamente chiuso in una comunicazione incisiva e poco profonda che ha permesso di scivolare nella scelta di stili narrativi shock, basati su una perturbazione emotiva” mordi e fuggi”. Facebook, twitter e company si sono dimostrati strumenti perfetti per questo stile narrativo, forzandoci in una quantità limitata di caratteri e quindi di concetti da poter esprimere. Inutile sottolineare il prezzo pagato dai giornali e dall’editoria in genere per i quali l’approfondimento è elemento portante. Purtroppo, questo tipo di narrazione ha anche aperto la strada a uno stile comunicativo ben presto scivolato in aggressività e rabbia. Come sia potuto succedere? Beh, basta conoscere un minimo di psicologia di base per sapere che la rabbia è un’emozione primaria e in generale una delle più facile da esprimere e provare. I bambini ci insegnano. Ovviamente la politica, in generale e qualcuno in particolare, ha cavalcato l’onda . Rabbia e non solo, una spruzzata di paura, altra emozione primaria, ed il gioco è fatto. Ma al di là delle ripercussioni politiche, quello che è successo è semplicemente che cambiando uno stile narrativo abbiamo iniziato a costruire il mondo diversamente. Da un mondo senza muri siamo arrivati a un mondo sempre più individualistico, da un mondo rivolto ai diritti umani, siamo arrivati a “aiutiamoli a casa loro”, da un mondo connesso siamo arrivati a “chiudiamo i porti”. La narrazione del mondo ha cambiato anche la narrazione di noi stessi. Pensare di cambiare tutto questo è forse utopistico ma la Cooperazione Internazionale mi ha insegnato che una goccia dopo l’altra può riempire un oceano e in questo blog metterò qualche goccia. Cercherò di narrare qualche frammento di mondo attraverso il mio essere donna e attraverso le donne che incontrò e delle quali parlerò. Sarà proprio la donna quindi il filo che tesserà la narrazione di questi caffè che sorseggeremo insieme, caffè diversi, emozioni diverse, narrazioni diverse, un paio di lenti diverse con le quali costruire il mondo. Benvenuti!

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