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Linguaggio, pensiero e psicologia. L'incontro con lo scrittore Marco Malvaldi

Un ponce alla livornese e un caffè pisano.

Lo ammetto, Marco Malvaldi, oltre ad essere uno scrittore famoso e un pensatore curioso, è un caro amico. Confrontarmi con lui è sempre un piacere. La sua genialità mi trascina ogni volta e stimola ragionamenti che mi arricchiscono. Uno degli argomenti sul quale amo discutere con lui è il tema del linguaggio che, in quanto entrambi scrittori ( lui decisamente molto più bravo di me) risulta centrale. Ma Marco è anche un buon conoscitore del mio campo di studi, la psicologia. La sua mente scientifica di chimico, ben si sposa con lo studio della psicologia e il suo uso del linguaggio rende concetti complessi di facile comprensione. In questo divertente incontro spazieremo da pensiero a linguaggio arrivando a un tema di grande attualità. Non perdetevi questa video intervista, perché ascoltare “il Malvaldi” vale sempre la pena, nonostante sia un inguaribile pisano…ma quando le diversità si incontrano di solito nasce qualcosa di speciale.

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Pang’ono Pang’ono ODV in Malawi: ci presentiamo!!!

caffè macchiato caldo

Un piccolo assaggio di quello che con Pangono Pangono ODV (https://www.pangono.org) stiamo preparando. Da venti anni Marco, Michela, Anna e Alessandro, diventati poi un gruppo più grande di amici, si occupano di Malawi e Bangladesh . Con loro, qualche mese fa sono partita per andare a conoscere questo frammento di Africa e iniziare a raccontala. Piano piano cercheremo di farlo attraverso una narrazione fatta di video ma non solo. Una narrazione che avverrà anche attraverso le donne del Malawi che ho conosciuto. Ma intanto presentiamoci! Seguiteci……https://www.youtube.co

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Violenza sulle donne :i giovanissimi possono essere la risposta .

Caffè espresso.

Parlare di violenza sulle donne è difficile. Ieri le iniziative sono state molte, ogni anno di più e questo è decisamente un bene. E’ un bene sentire non solo il dovere ma anche l’obbligo morale di occuparsi di questo tema che il nostro Presidente della Repubblica, proprio ieri, ha definito ” emergenza pubblica”. Una donna su tre ha subito qualche tipo di violenza. Questo dato rimbalza in articoli, interviste, inchieste, un dato shock che con un linguaggio chiaro ci inchioda a riflettere https://www.wipradio.it/2018/02/25/femminicidio/ . La verità è che parlare di violenza sulle donne è difficile perché, nonostante il quotidiano ci racconti fatti di cronaca a riguardo costantemente, la percezione che, infondo, non ci tocchi personalmente è ancora molto forte. Del resto, tutto questo è anche facilmente spiegabile con la nostra modalità di funzionamento di pensiero. Perché avvenga un vero apprendimento deve avvenire un cambiamento nel nostro ragionare. Ma noi siamo programmati per durare meno fatica possibile e il cambiamento richiede uno sforzo che, in gergo tecnico, si chiama dissonanza cognitiva. In pratica deve avvenire una perturbazione, con una forza, anche emotiva, che possa farci cambiare idea. Ma non dovrebbe essere scontato pensare che la violenza sulle donne sia sbagliata? Su che cosa dovremmo allora cambiare idea? Beh, questa è la vera sfida, il vero obiettivo. Spesso, infatti , le iniziative su questo tema sono mirate a sottolineare solamente la gravità della violenza e vedono partecipare sempre le solite persone che non hanno bisogno di sforzarsi a cambiare idea. Se proprio devo essere sincera, certe volte queste iniziative hanno anche l’effetto opposto, allontanando o non facendosi avvicinare da chi invece dovrebbe. Forse paghiamo ancora il prezzo per un movimento, quello femminista, importante e fondamentale ma che oggi non può più esistere nelle stesse modalità. Scarpe rosse, abiti rossi, scialli rossi non bastano, per cambiare qualcosa è necessario che avvenga, o meglio si completi, un vero e proprio cambiamento socioculturale intorno al ruolo della donna nella nostra società, perché la “giornata mondiale contro la violenza sulle donne” rappresenti qualcosa di diverso da una giornata della memoria delle vittime. Come fare ? Ieri ne ho avuto un assaggio.

La sfida sono i giovanissimi

Ieri mattina, grazie a un’ iniziativa del Terziario Donna, ho avuto l’occasione e anche la responsabilità di incontrare gli alunni delle terze quarte e quinte della scuola superiore Vespucci a Livorno, la mia città, sul tema della violenza sulle donne .https://www.quilivorno.it/news/cronaca/terziario-donna-confcommercio-al-vespucci-per-dire-no-alla-violenza-di-genere/

 Non nascondo l’emozione di trovarmi davanti una platea formata da  così tanti giovani. Ma che linguaggio usare? Come arrivare a questi ragazzi? Come  poterli coinvolgere? Come far loro sentire il tema della violenza delle donne come una loro responsabilità? Mi sono rivista seduta in assemblee durante il mio liceo e ho ricordato la sensazione di quel divario con gli adulti tipico dell’adolescenza e ,forse, anche della società stessa. Quando ho chiesto a questi ragazzi quali fossero i loro mezzi di informazione e comunicazione la difficoltà è stata palese. Non leggono i giornali, come noi del resto alla loro età ,  non hanno neanche Twitter, che ormai è un cult  per noi adulti, qualcuno di loro, solo circa la metà, usa Facebook e assolutamente tutti utilizzano  Instagram. Come poter arrivare quindi a questi ragazzi che usano un social  dove la parola non c è’ ?

Ho rischiato. Ho messo loro in mano un monologo brave, scritto in un’altra occasione sempre nell’ambito della violenza sulle donne e l’ho fatto leggere a dei ragazzi, dei giovani uomini che si sono presi la responsabilità in prima persona di raccontare le donne. Non vi nascondo l‘emozione mia, della platea, di questi ragazzi e di noi adulti . Per qualche minuto il divario generazionale era sparito e tutti insieme stavamo provando le stesse emozioni. Attraverso la parola e la narrazione stava avvenendo un cambiamento. Quella parola, quella narrazione, con la voce di quei giovani uomini che disegneranno il nostro futuro, avevano messo in atto un processo emotivo e cognitivo. Questa è stata la vera dissonanza cognitiva: noi adulti e loro giovanissimi con un linguaggio di contaminazione tra le mie parole e il loro modo di parlare, di comunicare.

Mi piace pensare

E se non fossero allora i giovani, come spesso semplificando sentenziamo, ad essere inconsapevoli superficiali e ignoranti? E se forse sbagliassimo noi adulti a scegliere il linguaggio da usare? Queste ragazze e questi ragazzi hanno bisogno di un linguaggio nel quale sentano di poter stare, e di poter avere uno spazio per esprimersi e noi adulti abbiamo il dovere di spendere tempo con loro per ascoltarli. Parlare di violenza sulla donna senza avere la consapevolezza e il rispetto di capire che loro sono il nostro futuro non serve a niente e trasforma il 25 Novembre in una delle tante ricorrenze, inchiodandoci in un clima di impotenza verso il cambiamento . Questi giovani uomini e donne saranno gli uomini e le donne che potranno avere l’ occasione di cambiare questa società. Solo con loro potremo veramente combattere contro la violenza sulle donne, con l’idea che non può bastare parlarne ma ci vuole il coraggio di trasformare una società, ancora culturalmente non pronta, ad una vera e propria parità di genere. “ Ci vuole coraggio per essere felici” scriveva la Blixen, e il coraggio dobbiamo averlo nel cambiare un sistema che, ancora oggi, vede la donna in una situazione di disparità. Ci vuole coraggio a spiegare che l’uomo e la donna non sono uguali ma che la scommessa e’ quella di un’ accettazione di diversità che possono diventare risorse. Per questo credo che per parlare di donne non siano sufficienti le donne, per parlare donne abbiamo bisogno degli uomini . Mi piace pensare che le parole possano essere ancora il motore di tutto e che il linguaggio possa essere quel ponte che unisce il divario. Mi piace pensare che quei ragazzi che ho conosciuto ieri mattina possano essere la nostra occasione. Mi piace pensare che probabilmente abbiamo molto da imparare da loro.Mi piace pensare che quei ragazzi e quelle ragazze possano costruire un mondo migliore di quello che stiamo lasciando loro.

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un mondo da narrare

caffè macchiato caldo

Quotidianamente siamo pervasi da notizie, siamo abituati a scorrere il mondo con un semplice gesto del nostro indice, o pollice, a seconda degli stili, soffermandoci spesso, solo qualche secondo, su quanto ci stanno comunicando. E per pochi secondi intendo veramente pochi secondi. Facebook considera visualizzazione il soffermarsi più di tre secondi su un video senza neanche fare lo sforzo di un click, lo avete notato? Beh, per chi, come me ha scelto di fare della narrazione lo strumento centrale della propria professione, sono tempi duri. La psicoterapia e la scrittura, infatti, hanno un grande elemento che le accomuna, ed è proprio la forza della narrazione. Narrare per costruire noi stessi e narrare per indossare un paio di lenti che ci faranno costruire il mondo. Certo, in un mondo così veloce, tutto questo rischia di essere stantio e forse lo è. Tutta questa velocità ha prodotto grandi innovazioni, possibilità di connessioni, contatti e una infinita quantità di informazioni a disposizione, probabilmente molte di più di quante potemmo mai memorizzare e tantomeno comprendere. Ma, tutta questa velocità ci ha anche forzatamente chiuso in una comunicazione incisiva e poco profonda che ha permesso di scivolare nella scelta di stili narrativi shock, basati su una perturbazione emotiva” mordi e fuggi”. Facebook, twitter e company si sono dimostrati strumenti perfetti per questo stile narrativo, forzandoci in una quantità limitata di caratteri e quindi di concetti da poter esprimere. Inutile sottolineare il prezzo pagato dai giornali e dall’editoria in genere per i quali l’approfondimento è elemento portante. Purtroppo, questo tipo di narrazione ha anche aperto la strada a uno stile comunicativo ben presto scivolato in aggressività e rabbia. Come sia potuto succedere? Beh, basta conoscere un minimo di psicologia di base per sapere che la rabbia è un’emozione primaria e in generale una delle più facile da esprimere e provare. I bambini ci insegnano. Ovviamente la politica, in generale e qualcuno in particolare, ha cavalcato l’onda . Rabbia e non solo, una spruzzata di paura, altra emozione primaria, ed il gioco è fatto. Ma al di là delle ripercussioni politiche, quello che è successo è semplicemente che cambiando uno stile narrativo abbiamo iniziato a costruire il mondo diversamente. Da un mondo senza muri siamo arrivati a un mondo sempre più individualistico, da un mondo rivolto ai diritti umani, siamo arrivati a “aiutiamoli a casa loro”, da un mondo connesso siamo arrivati a “chiudiamo i porti”. La narrazione del mondo ha cambiato anche la narrazione di noi stessi. Pensare di cambiare tutto questo è forse utopistico ma la Cooperazione Internazionale mi ha insegnato che una goccia dopo l’altra può riempire un oceano e in questo blog metterò qualche goccia. Cercherò di narrare qualche frammento di mondo attraverso il mio essere donna e attraverso le donne che incontrò e delle quali parlerò. Sarà proprio la donna quindi il filo che tesserà la narrazione di questi caffè che sorseggeremo insieme, caffè diversi, emozioni diverse, narrazioni diverse, un paio di lenti diverse con le quali costruire il mondo. Benvenuti!

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